UNA SCUOLA FATTA DI GIOVANI, DI RICERCA & DI LAVORO DI SQUADRA.

QUESTA LA RICETTA DELLA FONDAZIONE GIORGIO PARDI PER CURARE L’ITALIA

S.M. Frassà intervista Nicoletta Corbella Pardi, Presidente della Fondazione Giorgio Pardi


A 4 anni dalla sua nascita (20 giugno 2008) il Presidente della Fondazione Giorgio Pardi, Nicoletta Corbella Pardi, racconta la ricetta elaborata per salvare la ricerca in Italia (nell’ambito ostetrico-ginecologico).


Presidente, ci parli della Scuola Pardi
La Scuola Pardi ha una storia ormai di 50 anni: è un lungo progetto portato avanti ora dalla Fondazione Giorgio Pardi per curare l’Italia da questo mal-sviluppo e diaspora della ricerca.
Quando negli anni ’60 Giorgio fu mandato all’estero dal suo  maestro Giovanni Battista Candiani per studiare la medicina fetale (Columbia University, Yale University, Laboratorio NIH di Porto Rico, Southern California University, Istituto per la Cura della Madre e del Bambino di Podoli, Praga) il suo obiettivo era proprio quello di portare in Italia da tutto il Mondo il meglio della ricerca e clinica nel campo ostetrico-ginecologico. Quando è tornato, negli anni è riuscito a costruire una Scuola, che l’aiutasse a fare ciò. Ha avuto la capacità e fortuna di dedicarsi a tale Scuola per tutta la sua vita e di farla crescere con lui.


Cresciuta, in che senso? 
Mio marito cercò di “portar” con sé i suoi allievi prima al San Paolo, poi alla Mangiagalli. Rimase molto legato anche a chi non poté o decise di non seguirlo.
In fondo la Scuola come la intendeva lui non era un’entità reale, rigida nella sua concretezza. La Scuola per Giorgio era prima di tutto una condivisone umana e morale; la Scuola  era l’adesione a quel “Sapere, Saper Fare, Saper Essere” in cui credeva fortemente. Chiunque continua a far parte di questa Scuola, anche quando i propri percorsi umani e professionali si allontanano dalla Scuola e dal maestro.
A questo proposito mi piace ricordare le parole del Professor Guido Coggi: “…(Giorgio Pardi) ha cresciuto i suoi allievi ad una scuola di rigida disciplina, ma anche di libertà intellettuale, difendendoli, quando necessario, come una leonessa difende i suoi cuccioli. Ne era orgoglioso, perché la sua era una Scuola fatta di saper, certo, di professione, di accademia, ma anche e soprattutto di umanità, di sentimenti, di valori” (da “la ca’ granda”, anno XLVIII, n. 1-2 – 2007, pag. 89).

Chi sono allora gli allievi del Professor Pardi?
Spero tutti noi!
Molti onestamente non li conosco direttamente. Gli allievi  di mio marito sono tutti quelli che credono tutt’ora nella necessità di far squadra anche nella scienza e nella medicina. Son tutti quelli che credono in regole chiare e trasparenza, son tutti quelli che vorrebbero i giovani ricercatori in Italia e non persi in questa infinita diaspora della ricerca italiana.

Si ricorda in particolare degli allievi?
Pima di tutto quelli con cui lavoro in Fondazione. Anche se chiamarli allievi  mi fa sorridere. Son ormai Professori e “maestri” a loro volta: Enrico (ndr Enrico Ferrazzi – primario al Buzzi) Maria (ndr Maria Maddalena Ferrari ginecologa in Mangiagalli) Massimo (ndr Massimo Candiani Primario al San Raffaele) Irene (ndr Irene Cetin primaria al Sacco) Nanni (ndr Anna Maria Marconi primario al San Paolo). Non posso poi dimenticare gli allievi ed amici che negli anni ho avuto il piacere di conoscere: Paolo Levi Setti ed Enrico Semprini, esperti della riproduzione medicalmente assistita, Graziella Sacchetti, di cui ricordo l’impegno umanitario a Gibuti, e Mauro Buscaglia (ndr primario Ospedale San Carlo).
Citare dei nomi sminuisce però la Scuola, perché la Scuola non sono singoli allievi. La scuola è l’esempio che ciascun allievo, diventato maestro, dà ai colleghi ed agli allievi più giovani. La Scuola è quel continuo esempio di fare e vivere la professione medica e di ricerca che stimola chi ci vive intorno migliorandone e dirigendone l’operato.

Parliamo di ricerca: come vive la diaspora della ricerca italiana?
Male come ogni italiano, male come ogni madre, male come ogni nonna. Sono felice di portare avanti con  la Fondazione la Scuola Pardi fatta di giovani, di ricerca, di lavoro di squadra: solo così si può curare un’Italia malata di mal-sviluppo e di diaspora della ricerca.
La Fondazione in 4 anni ha sostenuto 60 giovani ricercatori e medici. E’ stato molto faticoso (burocrazia, sensibilizzazione donatori e reperimento fondi) ma perché l’abbiamo fatto? Perché una Scuola e la ricerca hanno bisogno di ossigeno: hanno bisogno di confronti interni e con l’estero. La Fondazione come aveva fatto Giorgio e prima di lui il  suo  maestro (ndr G.B. Candiani) incentiva i migliori ricercatori e medici ad andare all’estero: abbiamo appena firmato la continuazione per il 5° anno di fila del finanziamento di 10 ricercatori al Congresso Mondiale SGI.
Il problema infatti non è andarsene. Il problema è tornare in Italia, cresciuti  e disponibili a condividere le nuove conoscenze.

Cosa ne pensa della “ricetta” della Scuola Pardi come modello per salvare la ricerca in Italia?
La ricerca in Italia non la salva una Scuola, la salvano una volontà e coscienza collettiva della necessità di fare squadra e ricerca.
Certo è che tutti i “vertici” dovrebbero porsi il problema di chi continuerà il loro lavoro: troppo spesso in Italia grandi nomi – non solo della ricerca – non hanno eredi; un vero peccato e spreco di potenzialità! Mio marito è morto giovane e spero che la Fondazione a lui dedicata riesca a trovare gli strumenti e le forze per completare l’idea di questa Scuola come rete di sapere in campo ostetrico-ginecologico.

Per concludere, un augurio che fa a se stessa ed alla Scuola Pardi?
Festeggiare i 10 anni di vita, e continuare a fare squadra perché l’unione è la forza della ricerca e della medicina.

Allora Grazie e appuntamento fissato al 20 giugno 2018 per i 10 anni della Fondazione Giorgio Pardi.

IBAN: IT44R0304301601025570000686; c/c Fondazione Giorgio Pardi (C.F. 97500070152 - V. V. Monti 11 - 20121 Milano), Banca Intermobiliare Investimenti e Gestioni S.p.A